Raggi di luna in pieno giorno

Raggi di luna in pieno giorno (Osservazione dei momenti sottili della luce)

Corso: Didattica e comunicazione dell’arte

A cura: Giovanna Caimmi

Raggi di luna in pieno giorno. La luna di pomeriggio appare dapprima invisibile ed è questo il momento che richiede più attenzione nello spettatore. Lo stare a lungo chiusi è stato un tempo in cui gli attimi di entrata e di uscita della luce nei momenti sottili, nello stupore, venivano notati come in un’epifania domestica.

Appunti di sguardo

Questa serie di disegni nasce dall’idea di lasciare una “traccia” dello sguardo, la mano che si muove sul foglio è strettamente connessa con il movimento oculare, la modalità è sempre la stessa: disegnare senza mai staccare gli occhi da ciò che si osserva e scoprire il risultato solo alla fine.
Il volto è sempre lo stesso, ma il risultato cambia sempre in base al modo di guardare e di soffermarsi su un particolare piuttosto che un altro, a riprova del fatto che non si guarda mai la stessa cosa due volte nello stesso modo.
Si tratta forse di una parte nascosta dell’inconscio, che trapela solo mediante il disegno realizzato lasciando libera la mano senza la limitazione di guardare il risultato nel foglio? Oppure forse è solo un’impressione che si ha guardando il disegno di un volto che siamo abituati ad interpretare? Si tratta di un’emozione nascosta o soltanto di tratti di matita che rispondono all’occhio, l’unico vero neutrale osservatore, e a cui un osservatore esterno attribuisce un significato?

t con zero

Non è chi sembra immobile a restar così com’è.
Un gran numero di perplessità riguardanti lo stato delle cose, in quanto essere e contemporaneamente stasi, si indagano in questi fotogrammi.
Così come i miei contorni e le mie verità, il mio passato e il mio presente implodono e si rivelano Luce.

Presunto decesso

Qual è il mio riflesso condizionato che scaturisce dall’esperienza di una morte? Attraverso una serie di riflessioni e trasparenze, per ingannare la sentenza della resa, mi sono scoperta involontariamente vivere.

Aeternum

Il tempo scandisce ogni istante della nostra esistenza. Implacabile, inesorabile, definisce il nostro vissuto dividendolo in infinitesimali parti uguali. Realisticamente, ogni secondo, per durata, è identico a un altro ma a volte, illusoriamente, sembra scorrere più velocemente quando è il nostro cuore che comanda, o più lentamente quando a farlo è la nostra mente.
Queste fotografie nascono durante il lockdown entrato in vigore in Italia a causa della pandemia di Coronavirus, dove la sensazione che il tempo abbia rallentato la sua corsa è stata molto forte.
Questo rallentamento, però, ha permesso che anche i miei pensieri e i miei occhi rallentassero a loro volta, offrendomi così la possibilità di osservare a fondo come la luce riempia gli ambienti domestici, e di guardare con più attenzione alcuni oggetti comuni che già “abitavano“ casa mia da prima che io mi ci stabilissi. Non conosco la loro provenienza, né perché o in quale occasione sono stati portati all’interno dell’abitazione.
Questi oggetti, mai investiti dalla luce diretta, sono sempre stati relegati all’interno di spazi anonimi che non hanno mai conferito loro il giusto valore.
Quotidianamente, durante un breve lasso di tempo, un meraviglioso cono di luce viene a farmi visita, si adagia sulla parete e trova il suo appoggio su un piano di legno verniciato di bianco. Non lo avevo mai notato prima di questo infinito lockdown. È incredibile come la velocità con cui esso ogni giorno sorge e tramonta si contrappone alla lentezza con cui trascorrono le giornate. All’interno di un tempo quotidiano interminabile, il tempo per fotografare è breve e limitato. Tempo e luce sono dunque in stretta relazione e solo per pochi istanti raggiungono un accordo davanti ai miei occhi. Voglio agire proprio durante questa fase e decontestualizzando gli oggetti e posizionandoli all’interno di questo fascio luminoso, voglio restituire loro l’importanza che meritano e innalzarli a una nuova dimensione che finalmente possa rivelare la loro bellezza. Voglio creare per loro una storia diversa dove sono i protagonisti assoluti dopo un tempo infinito passato nell’ombra. Gli oggetti, non più anonimi, acquisiscono quindi una nuova dimensione che grazie alla fotografia, e alla sua capacità di ingannare e congelare il tempo, diventa eterna.

To build a home

C’è una grande differenza tra uno spazio e un luogo.
Uno spazio si utilizza per la sua funzione e non è mai completamente nostro, un luogo invece si abita e ci permette di sentirci al sicuro.
Uno spazio diventa luogo solo quando si riescono a vedere quei dettagli unici che lo rendono diverso da tutti gli altri.
I tagli di luce che la mattina danno il buongiorno, le ombre lunghe che all’imbrunire costruiscono architetture, le pareti che cambiano colore in base a come vengono colpite dalla luce dura del primo pomeriggio, i riflessi che trapassano una finestra e vanno ad infrangersi su un armadio.
Trasformare uno spazio in un luogo significa riuscire finalmente ad avvertire i ritmi e i flussi, che silenziosi e incessanti scorrono intorno a noi e che attendevano solo di essere notati.
Fino a poco tempo fa la casa in cui vivo era solo uno spazio, adesso invece è diventata un luogo che, senza dubbio, ora posso dire di abitare.
Solo quando identifichiamo lo spazio come un luogo, possiamo dire di aver costruito una casa.

Giorni a cui non pensavo

Ho scattato questa fotografia qualche giorno prima che l’Italia diventasse zona rossa.
Era uno di quei pomeriggi di fine febbraio ancora freddi d’inverno ma con quella luce precoce in arrivo dalla primavera, pioveva spesso ricordo, ma quel giorno si sentiva nell’aria l’odore delle prime sbocciature e anche i colori della natura avevano ripreso saturazione.
Non tornavo a Fermo da diversi mesi ormai. Ogni volta che sono là ho necessariamente bisogno di passare anche solo per pochi minuti al parco del Duomo in cui si trova la fontana della foto, luogo per me speciale dove si può godere della una vista panoramica dei colli affacciati sul mare, in cui sono cresciuta collezionando serie di ricordi, tra cui quel giorno che ho bene a mente perché non capitavo li dall’estate scorsa e la nostalgia mi stava facendo sentire la mancanza fisica di trovarmi in quel posto.
A distanza di tempo e dopo la reclusione, guardarla mi fa pensare a quanto sia preziosa la libertà intesa come fisica e di pensiero, a quanto mi sia mancato camminare per la città accogliendo i primi cambiamenti di stagione nelle cose della quotidianità, tra cui la spontaneità dell’osservare e perdermi nei pensieri di scena della vita che si svolge oltre me, ma che scaturisce un input su me. Se avessi potuto trasformarmi in un animale, per soffrire meno la quarantena avrei sicuramente scelto un uccello per la sua capacità che ha di volare.

In bilico

Dopo aver visto le foto di Agata Torelli, in cui si teneva in bilico appesa ad una trave per ore senza muoversi, ho realizzato che alcune parti del corpo, se prese singolarmente, potessero essere più performative di altre. e ho riflettuto su come la quarantena ci abbia costretti a scrutare ogni giorno gli stessi particolari. Ho cercato di unire questi ‘’punti chiave’’ (ispirata anche dai video di Pipilotti Rist) provando a creare una mia esperienza da un punto di vista esterno.
Sono partita da un autoritratto poggiando la fotocamera sul muretto di fronte la mia stanza, che ho capovolto per dare l’impressione che la mia figura stesse cadendo dalla finestra, metafora di come ho vissuto il lockdown.
Ho simulato con i movimenti delle braccia, della schiena e dei capelli una sorta di ‘’caduta libera’’ nel vuoto che si creava all’interno della finestra. In bilico, fluttuare nell’alienante scorrere dei tempi restando immobili.

Tramonto in Stavkirke

Dopo l’incontro con Agata Torelli, posso dire che ciò che mi ha colpito di più è stata la sua necessità di mettere in gioco e in evidenza una parte del corpo: mi è sembrato che ogni sua performance nascesse dalla sensazione di voler evidenzIare una parte di sé, non tanto isolarla dal resto del corpo. L’esperienza che ho voluto provare è quella di permettere uno stato di mindfulness che partisse da un punto e poi si irradiasse per infine includere la totalità corporale.
Volevo concentrarmi sull’unica finestra della mia stanza, poichè in quanto posta in alto, mi ricordava tanto le Stavkirke, antiche chiese medievali nordiche caratterizzate da un’atmosfera crepuscolare. La stessa atmosfera in cui mi sono immersa è stata osservata da Bu Shi, i cui lavori includono il concetto di impermanenza.
Ho deciso quindi di concedermi del tempo per osservare la luce che entra dalla finestra durante il crepuscolo, ho concesso la possibilità al mio occhio di poter catturare gli ultimi istanti di luce.
Poco prima del tramonto, ho posizionato la videocamera in modo da poter mostrare il cambiamento della luce, e ho tenuto in mente tre punti importanti per la performance:
1) Devo guardare la luce, non cosa succede fuori;
2) Devo ascoltare il mio corpo e lasciarmi fare ciò che mi sento;
3) Finirò la performance nel momento in cui non ci sarà più luce nella mia stanza, non avevo quindi modo di calcolare quanto sarebbe durata l’osservazione.
Ho iniziato la mia performance seduta sul letto mentre osservavo le aree limitrofe alla fonte di luce analizzando sia le zone luminose che quelle d’ombra. Successivamente mi sono concessa di spostarmi per uno studio più ampio dello spazio della mia camera realizzando così di stare riscoprendo la mia stanza tramite le luci e le ombre.
Ogni tanto la mia vista veniva offuscata dai pensieri, ma quando la concentrazione tornava dalla mente ai miei occhi, mi ritrovavo nuove ombre, nuove luci, nuove sfumature in questo interno. Mi sono davvero emozionata, e ho pensato che forse era questa l’emozione che Bu Shi metteva nei suoi punti di luce massima; ho pensato che la luce massima in realtà fosse la luce ultima che illuminava i suoi giocattoli culturali, l’ultima luce che gli permetteva di osservarli, di riconoscerli come cari.
Inconsapevolmente mi ritrovavo a vagare per la stanza e ho riconosciuto un bagliore artificiale che percepivo come maligno perché in qualche modo questo mi turbava; ho scoperto poi di essere intrigata da un’altra luce proveniente dallo specchio che rifletteva quella naturale della finestra e che avvertivo come benigna. È stato sorprendente definire maligna o benigna una luce prima ancora di capire da dove provenga.
Ho continuato quindi a catturare gli ultimi istanti di luce nella mia stanza, quasi come se fosse uno di quei bagni lunghissimi in vasca, da godersi prima che l’acqua si raffreddi del tutto. L’attesa è finalmente diventata un momento da vivere, non da soffrire.